Parajumpers Official site
it
Spedisci in: Stati Uniti
Change shipping country
My cart 0

Non ci sono articoli nel tuo carrello.

Intervista a Massimo Rossetti, guru dello sportswear

Intervista a Massimo Rossetti, guru dello sportswear
2012-09-01 13:47:44

Massimo Rossetti sul suo amore per il vero sportswear, il suo ultimo progetto Parajumpers e il suo obiettivo di disegnare capolavori.

TW: Signor Rossetti, Lei è sempre stato pazzo di sportswear?
Massimo Rossetti: Ho scoperto il mio amore per lo sportswear già a 18 anni grazie ai film americani che mio nonno mi portava a vedere. Allora ho visto per la prima volta i giubbotti stile college. Li trovavo fantastici. Avevo le spalle larghe, la vita stretta, i giubbotti mi stavano da dio. E questo mi aiutava anche con le ragazze.

Sarà stato difficile all’epoca trovare i giubbotti a Torino, sbaglio?
Sì, però ai cosiddetti mercati americani a Livorno e Nizza no. Il mio primo giubbotto importante, comunque, non era americano bensì inglese. Un Baracuta. Fantastico. Per me ancora oggi è un capolavoro, forse il miglior giubbotto in assoluto.

E com’è riuscito ad averlo?

Ho guadagnato dei soldi come allenatore di tennis e di sci ed ho anche lavorato come guardiano nella galleria di un esperto d’arte. Il commerciante d’arte viaggiava spesso negli USA e talvolta mi portava un regalo. Il mio primo 501, il mio primo Baracuta … Fu proprio allora che iniziò la mia passione folle per ciò che oggi è chiamato sportswear.

All’epoca questa categoria non esisteva ancora, vero?
Trovo il termine ancora oggi insopportabile. Ma è incominciato così, perché c’è bisogno di etichettare tutto. Ho lavorato per sei anni in una banca, ma ho praticato sempre tanto sport a livello altissimo. Sci estremo, tennis, vela … In questo modo il gusto si imposta automaticamente su funzionalità e comodità. Poi sono arrivati gli stilisti ed hanno applicato l’etichetta sportswear e copiato a destra e sinistra, ma non singoli modelli, bensì una cultura intera. E da quel momento lo sportswear è diventato un culto, o meglio ancora una cosa quotidiana.

E così è iniziato il trionfo dello sportswear?

Lo sportswear è diventato commercio. Non esiste un motivo romantico per il quale lo sportswear ha avuto successo. È stata una buona idea e si è venduto bene. Forse è nato dalla necessità di darsi un’immagine. Ora lo sportswear è in alto, ma una volta era un movimento che si è creato dal basso. Quando ero giovane, gli attori portavano giacca e cravatta, non sapevano nemmeno cosa fosse lo sportswear. Quando James Dean portava il giubbotto boyscout rosso, per noi era già un mito. Adesso arriva un pinco pallino, disegna qualcosa e tutti lo seguono come delle pecore.

E cosa significa questo per il suo lavoro da stilista?
È molto, molto difficile. È già stato scoperto tutto, fatto tutto, copiato tutto almeno tre volte. Ora arriva questa gente che può decidere che quest’anno ritornano gli anni 80 e – taaaataaa – eccoli di nuovo gli anni 80 e tutto il mondo li copia. Okay, leggermente cambiato, ma alla fine sono copie delle copie che già qualcuno ha copiato. Ma probabilmente nessuno vuole rendersene conto.

Non sembra proprio che attualmente il settore le piaccia.
Un disastro. Manca la cultura. Soprattutto nel settore sportswear manca la cultura. Deve basarsi su una cultura. Ho tutto l’archivio pieno di capolavori che mi inspirano. Ma non posso semplicemente copiarli.

Di cosa ha bisogno lo sportswear per essere buono?
Deve partire da una buona base, da capolavori, ed ha bisogno di un’idea. Come per Parajumpers che rappresenta la storia dell’unità americana di salvataggio e la solidarietà. Dal punto di vista della moda, la tasca cargo laterale cambia completamente l’estetica del giubbotto. Senza la stessa potrebbe essere un giubbotto militare. Ma non lo è.

E poi piace a tutti?
Se devi fare una cosa che piace a tutti, sei spacciato. Oggi esistono purtroppo pochi pezzi unici. Una volta la gente tentava di distinguersi dalla massa, oggi preferisce confondersi con la stessa. Facendo parte della massa si sente meglio. Non esistono più idoli. In Italia questo è particolarmente grave.

È per questo che Parajumpers ha più successo in Germania?

Abbiamo dato alla gente un prodotto per distinguersi dalla massa, uno che è molto visibile. L’italiano, però, desidera la massa, cerca di essere conforme. Non mi fraintenda, amo il mio Paese ed il mio popolo. Se si ha a che fare con un singolo italiano, è meraviglioso. Se ne si ha due, diventa difficile. E se sono in tre, bisogna scappare.

Ed i tedeschi?
Trovo il popolo tedesco molto elegante.

Come scusi?
Gli italiani che devono assolutamente portare scarpe Hogan, perché tutti lo fanno, non sono più eleganti dei tedeschi. Il tedesco sa scegliere. Non è una pecora. Vuole distinguersi dalla massa. Per questo Parajumpers ha un grande successo in Germania. E questo, sebbene siamo sul mercato solo da tre anni.

E ora bisogna fare un total look, disegnare un lifestyle?
Lifestyle, lifestyle. Spaventoso. Cosa significa? Io, per fortuna, ho uno stile di vita. Ma non lo posso vendere. È un modo di vivere. È ridicolo chiamare un prodotto “lifestyle”. Da spararsi. Noi vendiamo delle idee. Si può chiamarlo anche così. Per me è sufficiente fare tre giubbotti, se sono dei capolavori. E ce la facciamo.

Cosa ha ancora a che fare lo sportswear con lo sport?
I piumini erano vero sportswear. Oggi nessuno li usa più per sciare. Ma li portano per andare in città per fare il fico. Penso che lo sportswear dovrebbe essere usato nei momenti giusti. Oggi le nostre regole si sono troppo ammorbidite. Ad una cerimonia ufficiale si porta la cravatta, come alla Scala.

Quindi niente sportswear alla Scala, e allora quando?
Io, comunque, chiamerei il tutto “moda per il tempo libero”. A scuola lo sportswear andrebbe bene. Sono insopportabili tutti questi ombelichi e pance, quando si passa davanti ad una scuola. E dopo il lavoro. Ma per quale ragione si dovrebbe portarlo anche durante il lavoro? Non vai a sciare o giocare a tennis durante il lavoro. Per me lì non ci sta. Non esiste un motivo logico. Lo sportswear dovrebbe essere portato in un contesto logico. Non necessariamente durante lo sport, ma nei momenti liberi. È uno stile di abbigliamento libero. Al lavoro non sei libero.

È questo che ha generato il grande successo dello sportswear? Il profumo di libertà?
Meglio ancora il profumo di tempo libero. Nella nostra società e nella nostra vita il tempo libero ha acquistato sempre più importanza. E per questo il successo dello sportswear continuerà per sempre. Esiste l’abbigliamento formale che serve per il lavoro. Poi esiste quello che si ispira allo sportswear che può essere abbinato all’abbigliamento formale, e poi esiste il vero sportswear: noi. Quelli che si orientano al tempo libero. Ormai qualcuno desidera portarlo anche al lavoro, perché così annusa sempre il profumo di vacanza e di tempo libero. Ma alla fine si tratta sempre, e pur sempre, di far colpo sulle ragazze. Vestirsi in modo che ti guardino. Queste sono tutte conclusioni di una vecchia volpe.

E la direzione non cambierà?
E dove? Non dovremmo più avere tempo libero? Non provarci più con le ragazze?

Un guru dello sportswear

Massimo Rossetti fa parte dei grandi del settore sportswear italiano. Ha fatto conoscere ai suoi connazionali marchi come Woolrich, Avirex e Timberland, ha gestito con “Museum” un negozio di culto italiano, ha disegnato “almeno 600” collezioni di sportswear per Valentino, Ferré, Allegri, Hogan, Benetton e tanti altri.
Il suo ultimo progetto si chiama Parajumpers. Il numero di suoi clienti aumenta ogni anno del 20% circa. La collezione è prodotta dall’impresa famigliare Ape & Partners a Segusino. Il 20% circa del suo fatturato Parajumpers lo raggiunge in Germania, ormai il mercato di smercio più importante.
Con il TW ha parlato di origine, passato e futuro dello sportswear, e di ciò che conta veramente di questo genere: le ragazze ed il profumo di tempo libero.

Utilizziamo i cookies per migliorare il sito e l’esperienza d’acquisto. Per saperne di più sui cookies e come cambiare le impostazioni, consulta la cookie policy.